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Sardegna e Irlanda, Incontro tra isole diverse
Alcune immagini su musiche irlandesi dell'Ardia di Sedilo, Sardegna.
Siamo in una cumbissia (così si chiamano le stanzette terrene che circondano la chiesa). La stanza è lunga, irregolare, bianca. Un pezzo di grossa tela ingiallita sta inchiodato al finestrino, perché non penetri il vento: la luce è scialba, fumosa, pregna degli odori caldi delle vivande: si pranza.
Di solito si pranza sempre fuori, al fresco degli alberi; ma questa volta, poiché minaccia di piovere, si è apparecchiata la tavola dentro. Le tovaglie sono stese per terra; i piatti scintillano come se contenessero acqua; il vino tremola e rosseggia nei bicchieri, nelle bottiglie di vetro; colonnine di fumo caldo si alzano dai grandi vassoi colmi di vivande. Fra le masserizie, accanto a qualche cuscino bianco che pare damascato, stanno grandi cocomeri dal verde lucido e cupo, dalle piccole venature gialle, e grappoli d'uva dal verde-oro e dal nero turchiniccio. Siamo diciassette intorno a questa mensa democratica: nell'ombra della porta risplende un visino di bimba pallida, bionda, dagli occhi azzurri: un tipo di madonnina, mentre in piena luce, vicino al suo fucile dalla canna lucente, c'è un viso barbuto e bruno di pastore.
Nel pomeriggio si balla. Il cielo è ancora cinereo, la brezza fresca passa sugli alberi, che si scuotono con un fruscio d'acqua scrosciante. Intorno intorno stanno legati, ai tronchi, cavalli di tinte diverse, dal nero al color caffè e latte: cavalli alti ed eleganti e ronzini dagli occhi di ciuco, semichiusi e melanconici. Un giovine, semisdraiato fra due pietre, suona una fisarmonica dalle note stridenti, tristi od allegre secondo i passi. Ci sono gruppi di signori e signorini e gruppi di paesane con la bocca schiusa al sorriso; e una fila di signore e signorine dalle alte pettinature; un arcobaleno di vestiti, costumi, scialletti avvolti intorno alla vita.
Le coppie danzanti però sono poche, e la polvere quasi indistinta che sollevano i loro piedi striscianti si sperde giù, tra il fitto degli alberi.
I santi guerrieri martiri di Sardegna
Il cavallo nell'immaginazione popolare ha avuto una valenza semantica di forza e potenza. Più importante rispetto al bue e al toro che avevano ugualmente un forte potere di rappresentazione allegorica. Già nell'arte delle caverne e delle grotte i cavalli erano fortemente effigiati insieme ai buoi selvatici rappresentati in Sardegna dalle protomi taurine. La prima immagine di un cavaliere in Sardegna ci è data dal Museo Archeologico Nazionale di Cagliari che ospita un arciere saettante in piedi sul dorso del cavallo. Questo sta a significare che già dal periodo nuragico venivano praticate corse a cavallo con gare di abilità equestre.
I padri della chiesa hanno avuto nei confronti del cavallo un atteggiamento diversificato: da una parte il cavallo aveva una connotazione negativa di superbia e lascivia, quasi di peccato perché nitrisce quando si avvicina una femmina e dall'altra che è quella pertinente al nostro progetto, di vittoria come quella dei martiri sul mondo. In Sardegna le immagini dei cavalieri vincenti più ricorrenti sono quelle di San Giorgio e Costantino, di San Michele Arcangelo, di San Maurizio patrono dei Cavalieri e di San Martino. Altri santi equestri venerati sono il patrono della Provincia di Sassari, San Gavino. Lo stesso San Paolo viene raffigurato armato con la spada come nel caso della facciata delle cattedrale di Bosa oppure caduto da cavallo come nel quadro posto nella chiesa della Santissima Trinità di Sassari.
Nella narrativa sarda come del resto in tutte le raccolte di testi riguardanti le tradizioni popolari quali le ballate, le fiabe, ed i racconti il cavallo ha una funzione magica, dal punto di vista attanziale è una figura che aiuta l'eroe ha compiere la sua impresa. Il cavallo è un aiutante nobile ed intelligente senza il quali l'eroe o il santo non potrebbero vincere. I cavalieri delle varie ardie sono una variabile paradigmatica di un sentimento religioso che trae la sua origine da una fede religiosa molto profonda e da antichi riti ancestrali che hanno subito profonde modificazioni nello spazio e nel tempo. La contaminazione culturale e il progresso tecnologico ha modificato le abitudini dei sardi, ma esistono alcune feste che sembra si siano fermate nel tempo. La scrittrice sarda Grazia Deledda racconta con sapere magico il cavallo e ciò che offre il suo punto di vista ripreso da una posizione di privilegio ecco come fotografa Grazia Deledda l'ambiente che la circonda.
Il cavallo ha spesso delle connotazioni tragiche come nel caso del racconto realizzato
intorno agli anni trenta dello scorso secolo dallo scrittore Gemina Fernando
"La leggenda del precipizio della sposa", edito nel 1930 a Milano.
Lo scenario è la festa campestre di San Francesco a Lula ed i monti
di Marreri e Molte Albo i protagonisti sono due sposini. Uno dei quali
commette una terribile trasgressione rifiutandosi di mangiare il Filindeu
che un tipo di pasta che viene servita nel Nuorese durante il festeggiamenti
nelle chiese campestri.:
Belle ragazze e donne anziane, preparavano nelle enormi caldaie di rame,
la minestra benedetta. Spezzavano entro il brodo bollente le sottilissime
grate del filindeu e condivano col formaggio odoroso di timo e di cisto...
Alla trasgressione segue la punizione che in questo caso è tragica il cavallo
si trasforma da figura attanziale magica positiva a strumento malefico
e infernale di una punizione ineluttabile:
E la sposa avrebbe voluto fermarsi; e lo sposo tirava le briglie
con tutta la sua forza, ma invano. Il cavallo impazzito non
ascoltava la canzone degli alberi in fiori, non sentiva gli
strappi del morso: correva, correva, correva, come il turbine.
Erano già sotto il monte Orthobene, già da Nuoro
si sentiva il saluto delle campane, quando sotto i
piedi dell'indemoniato animale si spalancò un burrone
profondo e cupo come la notte, entro il quale la sposa
cadde, come un frutto troppo maturo, e nessuno più la vide.
Ma il precipizio non si chiuse.
Un tempo io ero, pare impossibile, una intrepida amazzone. Ma da noi, in quel tempo, si nasceva, si può dire, a cavallo. Invece che sulle sedie i bambini s'arrampicavano sui mansueti ronzini invariabilmente legati nelle stalle dei ricchi proprietari e sotto le tettoie dei pastori poveri: a cavallo i proprietari andavano a visitare le loro terre, a cavallo si viaggiava da un paese all'altro, a cavallo le nobili dame si recavano a sciogliere qualche voto nelle belle chiese di stile pisano che arricchiscono l'isola, e le serve a portare l'acqua dalla fontana. E a cavallo si partiva, nelle luminose luminose albe di primavera e d'autunno, in allegre brigate, per le feste campestri: il cavallo, quindi, era per noi ragazze di buona famiglia condannate ancora a una vita orientale, chiusa e sorvegliata gelosamente dai genitori, fratelli, zii e cugini, un simbolo di libertà e di gioia. Si diventa alti, a cavallo, e si ha l'illusione di essere, come i centauri, creature favolose agili e forti capaci di camminare, senza mai stancarsi, fino ai limiti della terra.
E viene il crepuscolo con le sue ombre cineree: nella valle brillano i fuochi di lontani pastori, e sul cielo, ove al raggio del sole sparvero le nubi, appaiono le prime stelle della sera. I cavalli scendono galoppando dalla montagna e spariscono giù come macchie brune. I grilli mandano il loro primo stridio dal ritmo monotono, e i massi, gli alberi, le macchie di lentischio assumono nell'ombra strane forme nebbiose, d'immensi fantasmi, di rovine, di giganteschi nuraghes, di torri nere e misteriose. Siamo scese: ci sediamo stanche e silenziose, ravvolte nei nostri scialli e guardiamo la montagna, la valle, l'orizzonte. Il cielo è limpido, la terra bruna, e su tutte le cose regnano i primi silenzi della notte.
L'emozione che si prova davanti alle varie ardie che si susseguono nell'anno agrario che termina con l'assunta e rinasce simbolicamente con la natività di Maria, è forte come così lo stupore che sembra assopirsi ma che si manifesta ogni qual volta il rito si ripete tra il forte incedere dei cavalli è i gosos recitati dai pellegrini che offrono al santo i ceri per sciogliere un voto o per pregare per un proprio defunto o una persona cara alla quale ci si sente vicini. I cavalli, gli stendardi, i cavalieri e le bandiere fanno parte di questo arcobaleno di sensazioni che unite tutte insieme danno un forte impatto emotivo che trascende dalla fede che ognuno ha nei confronti dell'epifania o del sacro. I cavalli e i cavalieri sono le maggiori attrazioni di tutte le manifestazioni e sagre religiose che si tengono in Sardegna, la loro funzione naturale è quella dell'Ardia ovverossia di scortare e di proteggere il santo come accade in gran parte delle processioni che avvengono in Sardigna; gli stessi Pali sono una variabile paradigmatica di questo culto, i Pali come quello dell'assunta che si teneva a Sassari durante la discesa dei Candelieri; il palio di Fonni, di San Giovanni Battista, il Palio di San Mauro a Sorgono e quello di Torralba per la festa dello Spirito santo; il palio di Gavoi che si svolge per la festa delle Madonna d'Itria, il Palio di San Lussorio che si svolge a Borore, a Romana, a Santu Lussurgiu e a Oliena il 21 agosto; Il palio di Ollollai che si svolge il 24 agosto per i festeggiamenti di San Bartolomeo; i Pali di Paulilatino per la festa di Maria Maddalena e per San Costantino; il palio di Lula e di tutti i paesi con forti connotazioni religiose e con una forte propensione nei confronti dei cavalli. I pali di Sedilo, Samugheo, e Pozzomaggiore per la festa di Costantino che restituì la libertà ai cristiani.
Nell'alta notte plenilunare tre cavalieri passano al galoppo attraverso il sentiero delle montagne rocciose. La canna dei loro fucili brilla alla luna, e i cavalli nitriscono nel profondo silenzio del paesaggio sublime.Lontano, le nuvole salgono dal mare di madreperla sottilmente pennellato nell'estremo orizzonte, salgono lente sul cielo d'orpello del plenilunio, azzurre e diafane sul fondo bianco dell'infinito.
Lo stesso autore chiude il racconto ammonendo a non disprezzare il cibo dei poveri.
Resta comunque il fatto che agli inizi dello scorso secolo molti nuoresi si recavano
a cavallo presso il santuario di Lula a venerare il santo e a partecipare al rito
che prevedeva la preghiera nei muristenes, le corse a cavallo e la processione
in onore al santo. Scopriamo altresì che da tempi antichissimi si preparava
un piatto speciale che a San Francesco di Lula era su filindeu.
Usanza che troviamo anche in altre feste importanti della Sardegna
come nel caso di San Gavino di Porto Torres dove si preparava
un formaggio fresco salato a forma di cavallo abbellito da fiocchi
di seta e curiosamente chiamato Lu pizzoni di caxiu che significa
l'uccello di formaggio anche se ciò che viene rappresentato è un
cavallo sul qui dorso e raffigurata una persona.






