Caduta del comunismo nell’Europa dell’est

Budapest di notte

Fino a non molti anni fa, il venerdì mattina vecchi modelli di macchine stracariche si incolonnavano per uscire da Praga, in direzione della campagna dove la popolazione ceca trascorreva il tempo libero. Ma adesso il sabato e la domenica i lavoratori si rimboccano le maniche e spazzano via il grigiore di quattro lunghi decenni di comunismo.

Ora si lavora cinque volte più di prima e si lavora dieci volte più duramente!

A Varsavia il vecchio quartier generale del partito comunista ospita la nascente borsa valori della Polonia. Non molto distante, insegne luminose rischiarano la notte, sbandierando nomi come Coca Cola, Marlboro e Hitachi. I polacchi hanno iniziato a comprare belle macchine, prima possedevano automobile ammaccate e non gliene importava niente di lavarle, ora vi è fervore nel mercato degli autolavaggi, donne in uniforme lucidano Mercedes Berlina e Cavallini Rampanti!

Per chi ha ancora il ricordo dell’odore putrido dei gas lacrimogeni e dello squallido luccichio del comunismo corrotto, tornare nei paesi ormai liberi dell’Europa orientale deve essere una piacevole sorpresa. Dal punto di vista culturale, economico e politico i paesi dell’Europa hanno costruito rapidamente la democrazia sulle rovine della dittatura e sono passati dallo stato di povertà alla prosperità sul modello occidentale. Dovunque è possibile cogliere il fermento della ricostruzione. Sebbene la Romania e la Bulgaria continuino a rimanere un pò indietro, i paesi più ricettivi dell’Europa centrale sono riusciti a evitare sia la violenza etnica che ha dilaniato la ex Iugoslavia, sia la spaventosa inflazione che ha devastato la Russia. Nonostante alcune battute d’arresto economiche e politiche, l’Ungheria, la Polonia, la Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca hanno tenuto libere elezioni, hanno garantito il rispetto della legge e reso possibile ai cittadini viaggiare liberamente. La vita quotidiana e quindi ritornata alla normalità.



 Vivere e viaggiare nell’Europa dell’est

Bulgaria

Le riforme politiche ed economiche che a partire dai primi anni Novanta hanno cambiato totalmente l’assetto dell’Europa dell’est hanno portato allla graduale apertura di negozi, caffè, alberghi e ristoranti alla maniera occidentale. Ma al di là delle grandi firme (per lo più occidentali) che hanno aperto i propri negozi nelle più importanti strade commerciali, il settore privato si è progressivamente affermato, ristoranti e negozi di proprietà dello stato venduti all’asta ad aspiranti imprenditori, sono stati via via trasformati da insignificanti negozi in splendenti negozi high-tech con luci al neon, dove è possibile acquistare anche prodotti di importazione; le sonnacchiose librerie dell’usato sono state trasformate in negozi di specialità gastronomiche!

Un amico dell’est, con il quale ho giocato a scacchi, mi ha consigliato di investire un 10.000 euro per aprire una pizzeria nel suo paese; con tale cifra un paio di anni fa si sarebbero comprati i muri e la licenza! Niente male oserei dire, dato che questi stati si stanno rapidamente adattando alla cultura occidentale.

Lo scorso anno un ragazzo con il quale mi sono trovato a brindare alle ore 23 del 31 dicembre, in onore del capodanno bulgaro, mi ha confidato che nel suo paese con 40.000 euro si compra una casa in pieno centro e che tale prezzo è cresciuto notevolmente rispetto a 5 anni fà.

Nel 2008 gli stati dell’Europa dell’est si possono dividere in quelli che sono entrati nella Comunità Economica Europea e quelli che ne sono rimasti fuori, l’Europa non è più scissa in modo geopolitico, ma in modo socioeconomico.

Una uniformazione globale dell’Europa, porterebbe alla scomparsa di quel turismo di nicchia di cui alcuni viaggiatori ancora si avvalgono.



 Alberghi in Riviera Romagnola

 elenco o lista di tutti gli hotel della riviera romagnola, della provincia di rimini, da milano marittima a riccione, da cervia a cattolica, da rimini città a marina centro
A volte credo sia interessante guardare l’aspetto organizzativo di chi lavora con il turismo sul web per imparare ad informarsi e soprattutto capire come viaggiare meglio, potendo scegliere con cognizione di causa un hotel oppurepiù semplicemente un ristorante dove poter trascorrere una bella serata.

Per questo credo sia utile descrivere la mia esperienza nel creare e mettere online un portale degli hotel riminesi che parlasse la lingua della gente, che comunicasse notizie vere oltre magari agli slogan patinati delle dewcrizioni degli alberghi e dei relativi servizi offerti. Così si è pensato di creare un sito web che offrisse l’opportunità prima di tutto di avere sotto mano la lista completa di tutti gli hotel della Riviera Romagnola, e poi di leggere le esperienze di chi in ogni albergo ci fosse stato e avesse espresso una propria opione in merito o magari assegnato un voto all’hotel.

Così insieme ad un gruppo di colleghi albergatori appassionati come me di informatica ci siamo ritrovati, confrontati ed è infine nata una nuova idea di portale turistico. Un portale di hotel della riviera romagnola che non contenesse banner da inserzionisti e privilegi legati alla quota partecipativa ma che fosse gratuito , ben informato e soprattutto integrasse i commenti e le impressioni dei visitatori e di chi avesse già sperimentato un soggiorno in un dato hotel. Un nuovo portale per gli hotel di Rimini quindi facilmente fruibile e soprattutto interattivo con gli utenti che lo visitano i quali possono visualizzare le schede di ogni hotel, localizzarlo sulla mappa, e soprattutto esprimere un giudizio sui servizi dell’hotel e leggere quelli di altri utenti-clienti dando vita ad una sorta di comunità virtuale di turisti della riviera romagnola. Tutto questo è Turismo Rimini, un portale fatto da albergatori romagnoli per gli alberghi della Riviera Romagnola e soprattutto per chi voglia scegliere una vacanza sulla Riviera e abbia a disposizione il massimo numero di informazioni possibile prima di decidere. Il portale ospita infatti più di 2000 alberghi, in effetti ogni struttura ricettiva della Riviera che abbia un proprio sito web a cui poter reindirizzare gli eventuali visitatori interessati a toccare con mano la struttura che li potesse soddisfare sotto tutti gli aspetti. La filosofia che ha animato questo progetto è stata quella di Wikipedia e della condivisione e collettività delle informazioni. Infatti l’obiettivo è quello di costruire un profilo per ogni albergo redatto da chi ne ha sperimentato i servizi e intenda metterne a parte il popolo del web.

Così che in fin dei conti chi fosse interessato a una qualsiasi meta della Costa Adriatica di Romagna: Dai Lidi Ravennati fino a Gabicce Mare, potesse comunque trovare 2000 hotels ciascuno corredato da descrizione dei servizi, mappa, e-mail, sito web ufficiale, commento e voto degli utenti che ne hanno utilizzato i servizi. E i vari dubbi amletici che lo avessero attanagliato quali: Hotel a Rimini? Oppure Hotel di Riccione? O magari preferire un Hotel a Cattolica? Forse un Hotel Cervia? Insomma qualunque fosse la decisione finale si trovasse nel posto giusto per informarsi e poter scegliere in tutta tranquillità.



 Epiceries di Parigi

spezie e alimentari a parigi, negozio e bazar parigino

Sicuramente li avete adocchiati, en passant. Che fosse a Parigi o nei paesini più sperduti dell’Esagono, non c’è luogo abitato in Francia che non abbia la sua épicerie, anzi il épicier o la sua épicière, spesso una persona dimessa, familiare di tutto e di tutti, che propina, nello stesso generoso e rassicurante modo, le caramelle ai bambini e la spesa quotidiana alle mamme. Quel salva-cena dove quando il pane è finito, o quando servono urgentemente la carta da forno, due pomodori o mezz’etto di pancetta, fa parte del paesaggio immutato di sempre. Insomma, una mera istituzione, con una sua storia e con interessanti evoluzioni contemporanee. Che cos’è l’épicerie? Letteralmente «spezieria», di base è il negozio dove si vendevano le spezie in esclusiva, un tempo anche associate ai medicinali; insomma, una drogheria che proponeva soprattutto prodotti coloniali, di quelli preziosi e odoranti, venuti da continenti lontani. Ciò accadeva nel Medioevo, in un mondo senza grande distribuzione, in cui cose piccole quanto grani di pepe avevano un valore totalmente diverso da quello odierno. Mutando lentamente nel tempo, l’épicerie è diventata, qualche secolo più tardi, l’alimentare generalista che conosciamo. Però la parola stessa, forgiata sul vocabolo «spezia», appunto, lascia ancora intravedere un certo genuino esotismo, odoroso e selvaggio, e non è raro inciampare - specie a Parigi - in commerci vecchi e nuovi che onorano l’origine etimologica. Piccola panoramica, quindi, sulle épiceries più deliziose della capitale francese.

SULLE TRACCE DI AMELIE
Au Marche de la Butte
56 rue des Trois Frères, 18ème
Per chi si ricorda il cattivo épicier del film II favoloso mondo di Amelie e i cesti di frutta secca dai quali si serviva, rapita, la protagonista, una piccola nota sul Marche de la Butte, classica bottega di alimentari di Montmartre diventata, dopo il film, luogo di pellegrinaggio per nostalgici di tutto il mondo. C’è da scommettere che non troverete l’épicier al lavoro, troppo impegnato ormai a incidere dischi e rilasciare interviste nelle quali spiega la fortuna che deve ad Amelie. Il negozio, invece, rimane un bel droghiere all’antica, dall’aspetto curatissimo, con un’offerta, anche di spezie, decisamente ricca.

PANE D’ELITE
Boulangépicier
73 boulevard de Courcelles, 17ème,
Tutt’altro registro se ci si sposta nel cuore del diciassettesimo arrondissement, pieno di professionisti e di abitazioni importanti. Il Boulangépicier vuoi essere un’interpretazio-ne contemporanea della drogheria tradizionale. Non si tratta quindi di spezie, bensì di riconsiderare la funzione dell’alimentare sotto casa: l’iniziativa mira a coniugare l’aspetto conviviale e umano dell’épicerie tradizionale con un contenuto di altissima qualità. Ci voleva, quindi, una zona ad alto potenziale economico, e soprattutto ci volevano due imprenditori fuori norma. Il primo è Eric Kayser, guru parigino del pane che ha conquistato prima il Giappone poi il suo Paese a colpi di baguettes a l’ancienne e di pani deliziosamente aromatici, tutti rigorosamente a lievitazione naturale, a base di farine e ingredienti scelti con cura quasi maniacale. Insemina, Kayser ha reso di moda il pane quando tutti del pane avevano finito per disinteressarsi, riportando l’attenzione su quanto sia importante la qualità d’un alimento così basilare. Per quest’avventura specifica, Kaiser (il boulanger) ha scelto come socio uno degli chef francesi più noti in assoluto, Alain Bucasse (l’épicier), titolare di un bel po’ di stelle e di una quantità di consulenze gastronomiche. Il Boulangépicier si presenta perciò come il forno/drogheria sotto casa, e incarna il sogno più ardito di ogni (facoltoso) gourmet che si rispetti, ovvero uno spazio informale e accogliente dove acquistare, al volo, l’eccellenza. Quindi, pane di Kayser (tutti eccelsi, provare per esempio quello con curcuma e nocciole) e una scelta di articoli gastronomici, alla quale ha provveduto lo chef: si tratta per lo più di conserve, salse, pasta, riso, prodotti essenziali ma molto haut de gamme e scelti con sapienza, in modo da fornire appena ciò che serve per improvvisare una cenetta insieme semplice e terribilmente gourmet. In più il negozio funge da bar: si può prendere il caffè o mangiare un sandwich (di nuovo, non si tratta di un panino qualsiasi ma di golosità, preparate con il pane d’elite di cui sopra e ripieni studiati da Du-casse in persona), o uno dei dolcetti raffinati di Kayser.

LA CAVERNA DI ALI BABÀ
Epicerie Izraél
30 rue Francois Miron, 4ème
L’épicerie Izraél è proprio la caverna favolosa di Ali Babà che ci si immagina. Si trova nel Marais, lo storico quartiere ebraico diventato da tempo bourgeois-bohémien, chic e un po’ pedante, dove convivono stilisti confermati e giovani creativi, bar e ristorantini di moda, un universo gay e una comunità ebraica ortodossa. Un perfetto melting pot, insomma. In questo scenario variegato, l’épicerie Izraél esiste da tempo immemorabile. Dietro la facciata vecchiotta si accatasta di tutto, ovunque, da un’infinità di bustine di spezie macinate ai rametti di erbe secche, dalle specialità gourmet agli alcolici del mondo. E ancora, un’ampia collezione di scatole di latta antiche che vantano prodotti ormai scomparsi, condimenti e frutta secca esposta in cestoni di vimini. Qualunque sia l’ingrediente strambo che andate cercando, c’è da scommettere che lo troverete qui, e i gourmet lo sanno bene. La clientela tende a essere bon chic bon gerire, il meglio in fatto di stile: vi toccherà fare un po’ di fila fra signore e signori bene mentre gli anziani titolari si muovono, minuti, a confezionare pistacchi di Bronte e scatolette di lou-koum, chutney e sali aromatizzati. Nonostante i prezzi non siano esattamente popolari, è una referenza per l’appassionato e comunque un luogo da visitare.

I PROFUMI DEL SUK
Produits exotiques de Sassi Belgacem
4 rue des Poissonniers, 18ème,
Non si esce indenni da un’escursione nel quartiere della Goutte d’Or («la goccia d’oro», chiamato così perché quando la zona era ancora un paesino di periferia, sui suoi pendii si produceva del vino bianco). L’intero quartiere è un piccolo mondo multietnico a sé, a metà strada fra un villaggio africano e un suk magrebino. Fate un giro di sabato mattina in rue des Poissonniers, immersi in una folla multicolo-re di donne che indossano i boubou tradizionali: vedrete per lo più ingredienti a voi ignoti e, serpeggiando fra chi vende pesce essiccato o griglia pannocchie sul marciapiede, vi sembrerà per un attimo di esservi trasferiti m qualche mercato popolare d’Africa. Camminando, coglierete l’aroma delle tajine (lo stufato marocchino, cotto in un recipiente di terracotta dal caratteristico coperchio conico) che vengono servite in localini piastrellati, identici a quelli che si trovano in Marocco, vedrete botteghine integralmente dedicate al commercio del té, della menta o del coriandolo, pasticcerie straripanti di dolcetti arabi grondanti di miele e sciroppo, spezierie vecchie e buie che forse manco al Cairo… Cercate il negozio tutto blu di Sassi Belgacem, straordinariamente ordinato nonostante la proliferazione di sacchi di riso e legumi secchi d’ogni tipo, perfetto per acquistare bustine di spezie magrebine e africane in genere, dall’anice al garofano, a\\’harissa (la salsa piccante), al famoso miscuglio raz el hanout (può contenere fino a cento spezie diverse e da alle tajine il loro profumo particolare). E poi tutto per il tradizionalissimo té verde alla menta, dal té stesso, sfuso, ai tipici bicchierini di vetro, alti e stretti con ricami dorati, fino alle teiere argentate magrebine. E ancora, l’acqua di rose e di fiori d’arancio per i dolcetti, e persine l’henne.

PEPE POSTMODERNO
L’épicerie de Bruno
30 me Tinquetonne, 2ème
Annidata fra un laboratorio di piercing e una giovane crea-trice di moda, l’épicerie di Bruno rappresenta l’interpreta-zione più attuale della rivendita di spezie. Nipote di farmacisti, questo ex manager dinamico e sorridente dall’anima vagabonda ha scelto, per piacere e interesse, di riconvertirsi alla vita di bottega. La sua si trova in una zona alla moda, vicino alla vivacissima rue Saint-Denis, popolata di ne-gozietti modaioli e giovanili. E infatti anche il suo negozio è sobrio e raffinato, minimal e zen, con confezioni curate e nel contempo essenziali. Poi, però, non si risparmia sulla sostanza: perché se Bruno ha scelto questo mestiere, è anzitutto per passione dei prodotti, per amore della ricerca del buono, anzi dell’eccelso, per poter parlare di persona con chi produce, assaggiare, e infine per ripescare tante piccole gemme del mondo da proporre ai clienti parigini. Così, oltre a un lungo elenco di fiori, erbe e spezie, troverete da Bruno un paio di specialità non proprio facili da scovare altrove, come il sale rosa dell’Himalaya, o quello rosso o nero, colorato di lava, delle spiagge hawaiane. Ma è sul pepe che Bruno da il meglio di sé. È il prodotto che preferisce e che reputa più eticamente corretto: il pepe è raccolto in quantità minori rispetto al sale, per cui non coinvolge mai lavoro minorile. E quindi via ad annusare un’infinità di grani di pepe, a distinguere fra quelli «veri» (come il pepe nero del Kerala, quello di Tellicher-ry o del Sarawak) e quelli «falsi» (frutti e bacche essiccati, come il pepe di Sichuan o il pepe rosa i quali, non appartenendo alla famiglia botanica del pepe ed essendo apparsi storicamente come sostituti, sono meno pregiati e meno cari). Per accorgersi, alla fine, che tutti hanno aromi e accenti assolutamente diversi. Senza citare i 17 tipi diversi di peperoncino, con altrettante origini, spiegazioni e ricette.

Il bello dell’épicerie è che si curiosa fra gli scaffali e soprattutto si ascoltano storie di luoghi, persone, ricette, poi condensate nella bustina di carta marrone che ci si porta a casa. Approfittate anche per acquistare lafève tonka, quella fava scura venuta dal Sud America che ha il profumo della mandorla e del fieno, perfetta da abbinare alla vaniglia e ultimamente tanto apprezzata dai pasticcieri di grido.



 Valencia, città da scoprire

Valencia, Città delle arti e delle scienze

Un Balcon al Mar. E’ la definizione romantica che Valencia ha scelto per il suo Paseo Maritimo che si è rifatto completamente il trucco, diventato la cartolina più affascinante della terza città più grande e popolosa di Spagna, da spedire nel mondo in vista della Coppa America di vela. Ora è uno dei litorali metropolitani più frequentati d’Europa. Pullula di tapas bar e ristoranti dove ogni giorno servono crepitante paella.

Sulle piste ciclabili e le corsie per il roller skating sfrecciano i patiti del fit-ness, bellezze scultoree si esibiscono nei campi di beach volley. Le spiagge di Portsaplaya, la Pata-cona, Malvarrosa e Las Arenas sono passerelle gla-mour. Il restyling architettonico, però, è soltanto cominciato. E Veles y Vents, l’edificio-spazio ricreativo tutto bianco, in vetro e acciaio a doppia terrazza progettato da Chipperfield e Vàzquez, dal quale ammirare le regate della Louis Vuitton Gup, sarà l’unica dote dell’America’s Cup anche a vele ammainate. L’Ayuntamiento di Valencia sta, infatti, per approvare il progetto di trasformazione del suo porto nella più fantasmagorica opera di design turistico del mondo: due spettacolari torres de la luz alte 220 metri saranno innalzate alla foce del Rio Turia, e formeranno un’immensa «V». Come un moderno Colosso di Rodi. Eppure, questo fervore all’inizio non lo avverti. E l’acqua nemmeno la vedi. Se arrivi dal cielo, Valencia te la nasconde, ti confonde. L’aereo si infila in uno spicchio incandescente di sole, tra gli aranceti della «huerta del Levante», gli orti dell’Oriente di Spagna. E quasi accarezza queste infinite distese di pomi dorati, punteggiate dalle macchie bianche delle barracas, le fattorie dai muri di I calce bianca e i tetti di paglia a spiovente disseminate in questa regione, la più fertile d’Europa. Ti sembra di essere atterrato nella Spagna più rurale. Non c’è traccia della città che ha «soffiato» le regate delPAmerica’s Cup a Marsiglia e Napoli. Che l’architetto star Santiago Calatrava in un batter d’ali ha trasportato nel terzo millennio costruendo la futuribile, immaginifica Ciudad de las Artes y las Ciencias.

Calma. Ci vuole tempo per capire Valencia, gli innumerevoli trapianti di pelle di questa città fondata dai romani nel 138 a.C. che poi fece perdere la testa ai visigoti. Anche i mori se ne invaghirono, tenendosela gelosamente stretta per cinque secoli, dal 718 alla Reconquista di Giacomo I d’Aragona nel 1238. Agli arabi, i valenziani devono comunque essere grati. Da quegli infallibili rabdomanti impararono il metodo più efficace per scovare e «centellinare» l’acqua, il bene più prezioso e raro da queste parti, attraverso canali di irrigazione, le acequias, utilizzati ancora oggi. E mandarono a memoria le ricette per cucinare il riso, alimento «madre» della gastronomia locale, nonché sfondo naturale per la paella, un «quadro» di sapori. Che ora è un piatto universalmente conosciuto e sdegnosamente taroccato un po’ ovunque, tranne qui, dove è cucinato secondo un rituale religiosamente rispettato: la preparano solo gli uomini, cuocendola al momento e sempre sul fuoco a legna. È vero che il numero dei cattolici praticanti in Spagna è drasticamente diminuito. Ma la prima cosa che tutti fanno quando arrivano a Valencia, scaricati dal bus dell’aeroporto direttamente dentro la pancia della modernista Stazione Nord, accanto alla neoclassica Plaza de Toros, è entrare nella Cattedrale del XIII secolo dalla splendida Puerta barocca de los Hierros. E prendere a sinistra. Un buffetto contro il vetro della guardiola per svegliare il custode perennemente appisolato e stretti stretti si sale la scala a chiocciola che porta sulla cima del Miguelete, il campanile ottagonale simbolo della città. Una faticaccia.

Ripagata però dal magnifico panorama. Da questo mirador sempre spazzato dal vento caldo d’Africa, la vista spazia dai palazzi barocchi alle dimore rinascimentali dai balconi fioriti di plaza del Ayuntamiento, calle Paz e Vicente Martir, le passerelle dello shopping. Si riconoscono le cupole blu delle chiese, le torri medievali, merlettate, de Serranos e de Quart, la neoclassica Universidad dagli incantevoli chiostri, intimo rifugio degli studenti innamorati nonché teatro enplein air per i concerti estivi di musica classica. E, ancora, si scorgono il Collegio del Patriarca rinomato per la ricchissima biblioteca e l’invidiabile collezione di dipinti di El Greco. Si intravede anche
10 sfarzoso Palacio del Marqués de Dos Aguas, sede del museo nazionale della ceramica. Dall’alto del Miguelete, si intuisce soprattutto come in pochi anni la città si sia «allungata» sino al mare. Un’espansione avvenuta sulla scia del Rio Turia.

Morto il fiume, Valencia è rinata. L’alveo asciutto è stato trasformato in una serpentina verde lunga otto chilometri, un giardino fiorito, solcato da percorsi ciclabili, piste esclusive per i patiti dei rollerblade. Nel letto del Turia, ci si bagna con gli spruzzi delle zampillanti fontane e si entra in confidenza con le vivaci installazioni d’arte a ciclo aperto, che si possono ammirare anche all’Ivam, l’Istituto vaJenzano d’arte moderna (sino al 18 luglio è in scena una mostra sulla Velocità con opere di Mi-quel Barceló, Richard Serra, Cristina Iglesias).

Il vecchio fiume è un immenso parco ricreativo, dove si assiste alla versione europea dei caldissimi derby sudamericani di calcio tra i focosi immigrati peruviani e boliviani, che spesso culminano in zuffe colossali. Prova a sedarle, ma invano, il parroco del vicino Real Monasterio de la Trinidad, il gotico convento di clausura. Chissà come faranno le monache a resistere nell’isolamento delle loro cellette sapendo che appena di là della strada, nelle sale dell’attiguo Museo di belle arti, traboccano di sensualità i dipinti di El Greco, Velàzquez, Ribera, Bosch. E senza poter annusare i profumi dei fiori sbocciati nei vicini Jardines del Real, pieni di piante esotiche come l’altrettanto frequentato Jardin Botanico. Questione di fede. La stessa che attira nella Cattedrale tante ragazze col pancione e fa loro compiere nove giri intorno alla statua in alabastro policromo della Vergine del Coro per propiziarsi un parto sereno, proprio accanto a un crocifisso ligneo del Cristo così umano da sembrare che respiri. Per assistere alle scene di maggiore devozione, però, bisogna sfilare davanti ai dipinti di Goya nella cappella di San Francesco ed entrare in silenzio nella Capilla del Santo Cà-liz. Dove decine di pellegrini, inginocchiati, sussurrano in tutte le lingue del mondo dolci parole di preghiera davanti al Santo Graal, la coppa in agata e oro in cui Gesù Cristo avrebbe bevuto nel corso dell’Ultima Cena.

Siamo nel Barrio del Carmen, il cuore di Valencia. Si sentono le vecchie macchine per cucire Sin-ger picchiettare nelle sartorie, i colpi secchi delle venditrici di ventagli sotto il pergolato in legno circolare che occupa per intero la minuscola pla-za Redonda. E soprattutto si odono le urla dei pescivendoli del pittoresco Mercado Central in ferro e vetro, uno dei più grandi d’Europa, con oltre un migliaio di bancarelle. Tra le pareti coperte di maioliche di questa struttura modernista, che sboccia in una cupola in vetro sormontata da una banderuola animata da figure di pesci e pappagalli, si è travolti da un vortice di odori, colori, suoni. I pesci vivi saltellano nel ghiaccio, le piramidi di olive e arance sembrano sul punto di franare da un momento all’altro, i prosciutti sono sculture pregiate. E lo spettacolo continua all’esterno dove, con gesti lenti e cadenzati, i venditori ambulanti, senza togliersi il sigaro di bocca, lucidano di continuo le abat-jour liberty, i dischi in vinile disposti sui loro carretti di legno. Ai chioschi si frigge la paella dentro gigantesche padelle di alluminio. Tra i clienti fissi, ci sono i fedeli appena usciti dalla messa all’Iglesia de Los Santos Juanes: a queste chiese, come alle donne spagnole, bisogna girare attorno, solo così ne scopri le sorprendenti, sinuose forme. Col rischio, però, di sbattere contro i tavoli dei collezionisti di monete e francobolli. Ogni domenica, i numismatici li prendono in prestito dall’atrio della magnifica Lonja, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. La Borsa della seta in stile gotico fiammeggiante, dal soffitto a volta e le colonne a spirale così morbide che sembrano sciogliersi come candele, è il capolavoro di Valencia. Nel patio della Lonja profumano gli aranci, mentre nella sala superiore dal soffitto in legno spuntano centinaia di figure antropomorfiche che ti gettano addosso sguardi ieratici. Ti senti turbato, eppure non smetti di guardare, come del resto quando in mezzo al Rio Turia, circondato da complessi residenziali a forma di torri cilindriche, parallelepipedi dalle sagome arcuate, compare la Ciudad de las Artes y las Ciencias. Ovvero la città lattea del futuro, un’alchimia di vetro, acciaio e cemento concepita dalla mente fantasiosa di Santiago Calatrava. In questo polo culturale-museale orlato da uno specchio d’acqua bassa, gli edifici si prendono gioco delle forme classiche, offrendosi alle più svariate interpretazioni. Il Palau de les arts Reina Sofia è un gigantesco casco che si accende di viola e arancione. Oltrepassato il ponte «teso» come una corda di violino, incontri l’Hemisfèric, il planetario a forma di occhio umano con ciglia e globo oculare che fa da schermo concavo per la proiezione di pellicole Imax. Al suo fianco, il Museo de las Ciencias ha il dorso maculato di un riccio. Ormai assuefatti, perché non anticipare una passeggiata dell’anno 2050 facendo due passi dentro l’Umbracle, una promenade fiorita coperta da una galleria trasparente? O immergersi nel mondo sottomarino del Parco Oceanografico immaginato, poco oltre la Ciudad di Calatrava, dall’architetto Félix Candela che ha sistemato i pesci tropicali, le razze, i pinguini, le balene beluga, e persine una colonia di fenicotteri dentro astratte strutture sferiche e rettangolari, decisamente avveniristiche.

E questa la Valencia del terzo millennio, che fa da lepre a tutto il resto d’Europa.



 Viaggio in Honduras

Honduras, piramide di Tikal

Ogni foglia, ogni fiore, ogni profumo del Tropici e qui, nel parque nacional di Lancetilla. Lancetilla: potrebbe essere il nome di una preziosa orchidea. E se esiste e qui: milleottocento ettari, il piu grande e ricco giardino delle Americhe. Alia voce palma si va da fuochi d’artificio a timidi radicchi: sessantacinque specie, la collezione completa. E non basta dire heliconia: sono trentacinque «modelli». Milleduecento i bambu. Poi alberi del pane e del cioccolato, macedonie d’esotico, te corretto al limone: se fosse lecito allungare le mani, la passeggiata sui sentieri del parco sarebbe anche una scoperta di sapori. II latino si spreca per battezzare miracoli di forme e di colore, ma le guide danno del tu a frutti ed erbe che da sempre riempiono i piatti del la loro gente. Dal livello del mare su fino a ottocento metri, tremila e cinquecento millimetri d’acqua innaffiano ogni anno questa immensa serra a cielo aperto crea nel 1925 da Wilson Popenoe. Ai margini del parco c’e la tomba della moglie: aveva mangiato un frutto che in certe stagioni e velenoso. Non e chiaro se il grande botanico gliel’avesse spiegato bene. Una sbarra si alza e ci dice che Lancetilla e alle nostre spalle. Ma il trionfo di verde continua: I’Honduras settentrionale e un solo, immenso giardino. Se San Pedro Sula e I’approdo di una notte per i voli dall’Europa, e la sua voglia d’America non merita neppure un giro in taxi, la citta di Tela, a cinque chilometri dal giardino botanico, e la tentazione delle prime trasparenze caraibiche, di spiagge a perdita d’occhio, di musiche e colori. Ma La Ceiba ci attende, e non promette di meno. La strada taglia il verde, costeggiata da allegre catapecchie: azzurre, gialle, rosse. I panni stesi fra una palma e un ananas, una vecchia si dondola sotto lo sgangherato portico sorvegliando i ninos di casa: gli occhi solo una ruga piu profonda sulla faccia color tabacco. Area de descanso, Comedor, Pulperia, Merendero, Golositas, Pupuseria, la traduzione e sempre la stessa: qui si mangia. Ogni cinquanta metri un’insegna, inesorabilmente targata Pepsi o Coca-Cola. I due marchi colonizzanotutto: persino i cartelli segnaletici, la tettoia di un falegname, un’officina. Anche le scuole: Liceo artistico. E di seguito il logo della Pepsi, non il busto di qualche Grande. Dollaro non olet. Domini a cavallo, altri in bicicletta, sfilano lungo il ciglio della strada, il sombrero a farombraeil machete a far macho. E bambini, tanti bambini: sporchi, scalzi, felici di niente. E cam, tanti cani: razzaTerzo Mondo. Gli occhi bassi e il pelo rado di chi e cresciuto a botte e a fame. Quattro casupole fanno un villaggio: su un cartello ammaccato e scritto Eden. E una donna sta allo scherzo: «Una mela? Con questi denti?». Meglio un mango o una banana, che crescono gratis nel suo povero paradiso terrestre.

veduta di Tegucigalpa, capitale dell’Honduras
Tegucigalpa è la capitale, San Pedro Sula la citta degli affari. «Tegucigalpa pensa, San Pedro lavora, La Ceiba si diverte», dicono in Honduras. Ma qui, come il paradiso, anche I’inferno e povero, e le favolose notti della Ceiba sono un lungomare di biliardi al neon - lo sport nazionale, anche se tutti ti chiedono della Juventus -, di polio e birra a cinque dollari, e di ragazzotte a pochi spiccioli in piu. II quartiere si chiama Zona viva, e forse lo diventa davvero nei giorni di maggio, quando il Carnaval nefa un palcoscenico di musiche e balli per200milapersoneche arrivano da tutto il Paese e dal vicino Guatemala. Ma la vita di ogni giorno e al mercato, al mattino, nelle strade del centre. Li gli honduregni si divertono sul serio. Comprare, vendere, barattare: una scusa per spettegolare, corteggiarsi, magari litigare con gusto. II traffico sono millecinquecento taxi, in una citta grande come Prato. Uno in coda all’altro, un corteo ininterrotto, avanti e indietro. Inesorabilmente vuoti e tutti strombettanti. Per far sapere che sono vuoti. Tutti. Fate un’opera buona: salite. Anche trecento metri: molti cercano solo un po’ di compagnia. Albergo d’atmosfera, a La Ceiba, vuoi dire senza bagno, ma c’è anche un cinque stelle elegante e pomposo affacciato sul mare, il Quinta Real: costa come una «senza bagno» in Italia. E c’è un Hotel Italia: non spiccicano una parola della nostra lingua perché il vecchio proprietario l’ha venduto da tempo, ma è rimasta la nostalgica e un po’ patetica insegna: la scritta Italia sopra un grande sole. Perché è vero che siamo ai Tropici, ma non è ‘o sole mio. Mercato, pollo, altri petti e cosce non valgono un soggiorno: un pomeriggio basta per la terza città dell’Honduras, per perdersi fra bancarelle che raccontano la povera vita d’ogni giorno e sorrisi che tradiscono tesori più segreti. Roma: lì comincia l’avventura. Perché nel piccolo centro dal nome familiare e pretenzioso a 20 chilometri da La Ceiba, fra spiagge deserte e furori di verde, c’è l’avamposto giusto per conoscere questa regione dove la natura è incontrastata padrona e dove la scoperta diventa gioco. L’Hotel Palma Real affaccia i suoi balconi, i pratini all’inglese e le piscine sulla spiaggia bianca: palme per ombrelloni, il ristorante una capanna di paglia grande come una convention, sciami di camerierine tutte uguali, chignon e grembiulino da scolarette, a lustrare senza tregua. E all’orizzonte, sul mare, l’azzurro profilo della prima avventura: Cayo Cochinos, un arcipelago dimenticato dal tempo. Diciotto isole, una sola abitata, da trecento Garifuna, i neri del Nord, che vivono di pesca e di giorni che passano. Onda su onda, un’ora e mezzo di traversata. La potente lancia a motore porta sei o sette persone: qualche Venerdì di troppo. Ma su certi isolotti di tre palme per trenta metri basta un angolo giusto per sentirsi Robinson e ripensare tutto. Nel villaggio dei Garifuna si può anche mangiare. Menu del giorno: pesce e riso. Di ogni giorno. Il mare è così trasparente che si potrebbe ordinare da riva: quello, no quello più a destra. Ma non c’è ristorante: solo una baracca che ha qualche forchetta in più dei vicini. E non c’è luce, né acqua: astenersi schizzinosi. Maschera e pinne di rigore: se c’è poca vita sulle isole, sotto è un traffico convulso e variopinto. A far da sfondo una barriera corallina che è la seconda al mondo per estensione, dopo quella australiana. Poco lontano un altro mare. Immobile. È la grande Laguna del Cacao. Il sole filtra appena, il vento si spegne nella folta cortina di mangrovie, l’acqua è un pavimento scuro increspato solo da qualche pesce che si tuffa fuor d’acqua a caccia di mosquitos. Il plof della pagaia, il resto è silenzio. La canoa scivola lungo i canali. Fra le radici a fior d’acqua qualcuna sembra muoversi: forse è solo un riflesso, forse un caimano. Un brivido corre sotto l’Autan. Le scimmie dal muso bianco fanno il trapezio fra i rami più alti. E quando un piccolo aereo attraversa il cielo il silenzio si rompe: il borbottio cresce, da un albero all’altro, da un isolotto all’altro, diventa un tuono sordo che sovrasta il rumore del motore, la foresta insorge compatta, l’estraneo si allontana. Il cielo torna agli aironi e ai pellicani. Una striscia di sabbia accecante separa la Laguna dal mare: un guado al contrario per i solitari pescatori che l’attraversano trascinando le loro barche sottili, nient’altro che tronchi d’albero scavati e modellati, un solo remo per rodeare sull’oceano e un’esperienza che è storia antica. Di fronte il mare, alle spalle la montagna più alta dell’Honduras: il Pico Sonito. C’è posto anche per le conifere in questa parte di giardino senza fine che è il Paese centroamericano. E prima d’arrivare ai 2500 metri della vetta si conoscono selve di latifoglie e foreste tropicali di montagna, con una ventina di fiumi che scendono a cascata verso il mare. Miglior punto di partenza per le escursioni, il lodge Pico Sonito. E anche miglior punto di sosta. Karen Blixen avrebbe potuto scriverci II mio Honduras. Tutto è legno: le casette nella foresta, le passerelle che le col legano, le grandi terrazze, il ristorante affacciato sulla giungla. Tutto è charme e raffinatezza. A due passi dal lodge una voliera con oltre quaranta specie di farfalle. Poco più in là un rettilario: per non dimenticare che la giungla è anche scarponi alti e occhi aperti. Per chi invece si sente più Tarzan che Blixen c’è il canopy. la giungla volando da un albero all’altro. Niente liane, ma cavi d’acciaio tesi a quindici, venti metri d’altezza. Imbragati con moschettoni da ferrata, appesi a una carrucola e via nel vuoto sopra la foresta per una corsa di un centinaio di metri ogni salto. Guanti spessi per stringere il cavo e fermarsi senza sbattere all’arrivo, la voglia di scendere al primo volo, la voglia poi di non smettere più. Diciotto tappe il canopy del Pico Sonito: due chilometri di giungla. E all’arrivo l’ammollo in una pozza d’acqua sulfurea per riguardare la foresta da sotto in su. Con una nostalgia di cielo che il volo per San Pedro Sula, direzione Copàn, sulle tracce dei maya, non saprà cancellare. Dall’aereo si riconosce la Laguna del Cacao e la foresta di mangrovie. Tante scuse alle scimmie dal muso bianco.



 Prenotazione Hotel on line

prenota un hotel su internet seguendo i nostri consigli!

Internet ha rivoluzionato molti nostri modi di vivere e ci ha facilitato molti compiti contribuendo a eliminare burocrazia e difficoltà di comunicazioni. Senza dubbio uno degli aspetti fondamentali in cui internet oggi ci può aiutare è quello di cercare, scegliere e prenotare un hotel online. Abbiamo molte possibilità e infiniti risultati quando ci mettiamo davanti ad un motore di ricerca e digitiamo la parola chiave “hotel” seguita dalla città in cui siamo intenzionati a trascorrere le nostre vacanze. Ci sono però delle regole che sarebbe meglio seguire al fine di poter ottenere il massimo dalla nostra ricerca sul web.

Prima di tutto dobbiamo scegliere quale tipo di ricerca utilizzare, abbiamo due opzioni per prenotare il nostro hotel online: tramite portale turistico oppure tramite motore di ricerca.

Il portale turistico è una sorta di vetrina in cui molti alberghi figurano come inserzionisti. Ci sono essenzialmente due tipi di portali: i portali con contenuti nazionali e internazionali quale per esempio Expedia o Venere, portali di grande livello e dai contenuti molto curati, che ci offrono la possibilità di prenotare direttamente dal sito dopo aver preso visione delle varie possibilità di sistemazione che la città che ci interessa può offrire. Oppure i portali a carattere locale, quali possono essere portali dedicati a Hotel, Agriturismi e Pensioni di una specifica città. In ambedue i casi per scegliere dovremo operare una ricerca tramite gli appositi strumenti di ricerca del portale applicando se possibile alcuni filtri in funzione di quelle che sono le nostre necessità di sistemazione. Ad esempio se staremo ricercando un hotel 3 stelle, con aria condizionata, vicino al mare e con possibilità di trattamento all inclusive, dovremo applicare queste preferenze alla nostra ricerca sul portale in maniera tale da restringere il campo dei risultati e poter scegliere con più agio e facilità.

La seconda opzione che ci permette di trovare un hotel online e prenotarlo è quella di usare i motori di ricerca come Google e di digitare la stringa di ricerca “hotel” seguito dalla città che ci interessa visitare. Naturalmente se scegliamo questa opzione dovremo sfrondare i risultati dai portali nazionali e locali e cercare di isolare i singoli siti web degli hotel che ci si presentano nella pagina dei risultati. Una volta individuati i siti apriremo una pagina del nostro browser per ogni hotel che abbiamo trovato, analizzeremo ogni sito e cercheremo tra i servizi dell’hotel ciò di cui abbiamo necessità per la nostra vacanza, quindi passeremo al listino prezzi e alla posizione dell’hotel. Una volta stabilita una rosa di candidati potremo inviare e-mail di richiesta preventivi senza impegno facendo specificare al gestore dell’Hotel la cifra complessiva del soggiorno, i servizi offerti e compresi in tale cifra e altri dettagli quali: la posizione della camera, la tipologia della cucina e dei menu, eventuali offerte per bambini, eventuali sconti last minute.

In entrambi i casi se avremo pazienza nel cercare potremo centrare un risultato che possa soddisfare sia le nostre esigenze di trattamento che il nostro budget prefissato. Delle due possibilità, la seconda, quella di ricercare l’hotel tramite i siti ufficiali dei singoli alberghi appare largamente preferibile in quanto è possibile toccare con mano una più ampia varietà di descrizioni, foto, offerte last minute e dettagli circa l’hotel che ci interessa, rispetto ad una singola pagina pubblicitaria sui vari portale che giocoforza possono a volte risultare sintetiche e non aggiornate.

autore dell’articolo: Marco Belemmi, direttore Hotel Boston - Hotel Cattolica situato in viale Carducci a due passi dalla spiaggia e dal centro della città.



 Un Blog aperto a tutti con un concorso per il post più bello!

concorso blog viaggi

Benvenuti a Viaggio nel Blog, un blog collettivo in stile wikipedia per chi ama viaggiare.

Presenteremo racconti e foto di viaggio, scritti da chi vorrà partecipare a questo blog collettivo.

Per festeggiare la nascita di questo Blog Collettivo abbiamo deciso di indire un Concorso per l’articolo, il post, il racconto di viaggi più bello che ci capiterà di pubblicare.

Il Concorso è aperto a tutti e non ha limiti di età. L’unica condizione è che l’articolo presentato sia originale e non sia stato copiato da testi già pubblicati su internet o sulla carta stampata.

Chi intende partecipare può inviare la sua richiesta di un account tramite una e-mail a info@viaggiovacanza.com con oggetto CONCORSO, specificando il proprio nome e cognome e il proprio domicilio. I vostri dati sensibili saranno conservati al sicuro e non saranno per nessun motivo ceduti a terzi nè usati per scopi pubblicitari. In seguito vi invieremo in risposta un login e una password per collegarsi al pannello di comando del blog e pubblicare il racconto di viaggio corredandolo di tutte le foto che riterrete opportuno. E’ possibile partecipare anche con più articoli.

Entro il 30 giugno 2008 verrà scelto il post più interessante secondo due criteri: il giudizio della redazione di Viaggio Vacanza e il maggior numero di visite all’articolo secondo Google Analytics che abbiamo installato come indicatore di statistiche web del nostro sito.

L’autore dell’articolo che vincerà il concorso verrà premiato con un week-end lungo (tre giorni) per due persone a Cattolica presso Hotel Boston, con trattamento di pensione completa all-inclusive.

Vi aspettiamo numerosi! Raccontate un viaggio e vincete un viaggio!