Valencia, città da scoprire


Valencia, Città delle arti e delle scienze

Un Balcon al Mar. E’ la definizione romantica che Valencia ha scelto per il suo Paseo Maritimo che si è rifatto completamente il trucco, diventato la cartolina più affascinante della terza città più grande e popolosa di Spagna, da spedire nel mondo in vista della Coppa America di vela. Ora è uno dei litorali metropolitani più frequentati d’Europa. Pullula di tapas bar e ristoranti dove ogni giorno servono crepitante paella.

Sulle piste ciclabili e le corsie per il roller skating sfrecciano i patiti del fit-ness, bellezze scultoree si esibiscono nei campi di beach volley. Le spiagge di Portsaplaya, la Pata-cona, Malvarrosa e Las Arenas sono passerelle gla-mour. Il restyling architettonico, però, è soltanto cominciato. E Veles y Vents, l’edificio-spazio ricreativo tutto bianco, in vetro e acciaio a doppia terrazza progettato da Chipperfield e Vàzquez, dal quale ammirare le regate della Louis Vuitton Gup, sarà l’unica dote dell’America’s Cup anche a vele ammainate. L’Ayuntamiento di Valencia sta, infatti, per approvare il progetto di trasformazione del suo porto nella più fantasmagorica opera di design turistico del mondo: due spettacolari torres de la luz alte 220 metri saranno innalzate alla foce del Rio Turia, e formeranno un’immensa «V». Come un moderno Colosso di Rodi. Eppure, questo fervore all’inizio non lo avverti. E l’acqua nemmeno la vedi. Se arrivi dal cielo, Valencia te la nasconde, ti confonde. L’aereo si infila in uno spicchio incandescente di sole, tra gli aranceti della «huerta del Levante», gli orti dell’Oriente di Spagna. E quasi accarezza queste infinite distese di pomi dorati, punteggiate dalle macchie bianche delle barracas, le fattorie dai muri di I calce bianca e i tetti di paglia a spiovente disseminate in questa regione, la più fertile d’Europa. Ti sembra di essere atterrato nella Spagna più rurale. Non c’è traccia della città che ha «soffiato» le regate delPAmerica’s Cup a Marsiglia e Napoli. Che l’architetto star Santiago Calatrava in un batter d’ali ha trasportato nel terzo millennio costruendo la futuribile, immaginifica Ciudad de las Artes y las Ciencias.

Calma. Ci vuole tempo per capire Valencia, gli innumerevoli trapianti di pelle di questa città fondata dai romani nel 138 a.C. che poi fece perdere la testa ai visigoti. Anche i mori se ne invaghirono, tenendosela gelosamente stretta per cinque secoli, dal 718 alla Reconquista di Giacomo I d’Aragona nel 1238. Agli arabi, i valenziani devono comunque essere grati. Da quegli infallibili rabdomanti impararono il metodo più efficace per scovare e «centellinare» l’acqua, il bene più prezioso e raro da queste parti, attraverso canali di irrigazione, le acequias, utilizzati ancora oggi. E mandarono a memoria le ricette per cucinare il riso, alimento «madre» della gastronomia locale, nonché sfondo naturale per la paella, un «quadro» di sapori. Che ora è un piatto universalmente conosciuto e sdegnosamente taroccato un po’ ovunque, tranne qui, dove è cucinato secondo un rituale religiosamente rispettato: la preparano solo gli uomini, cuocendola al momento e sempre sul fuoco a legna. È vero che il numero dei cattolici praticanti in Spagna è drasticamente diminuito. Ma la prima cosa che tutti fanno quando arrivano a Valencia, scaricati dal bus dell’aeroporto direttamente dentro la pancia della modernista Stazione Nord, accanto alla neoclassica Plaza de Toros, è entrare nella Cattedrale del XIII secolo dalla splendida Puerta barocca de los Hierros. E prendere a sinistra. Un buffetto contro il vetro della guardiola per svegliare il custode perennemente appisolato e stretti stretti si sale la scala a chiocciola che porta sulla cima del Miguelete, il campanile ottagonale simbolo della città. Una faticaccia.

Ripagata però dal magnifico panorama. Da questo mirador sempre spazzato dal vento caldo d’Africa, la vista spazia dai palazzi barocchi alle dimore rinascimentali dai balconi fioriti di plaza del Ayuntamiento, calle Paz e Vicente Martir, le passerelle dello shopping. Si riconoscono le cupole blu delle chiese, le torri medievali, merlettate, de Serranos e de Quart, la neoclassica Universidad dagli incantevoli chiostri, intimo rifugio degli studenti innamorati nonché teatro enplein air per i concerti estivi di musica classica. E, ancora, si scorgono il Collegio del Patriarca rinomato per la ricchissima biblioteca e l’invidiabile collezione di dipinti di El Greco. Si intravede anche
10 sfarzoso Palacio del Marqués de Dos Aguas, sede del museo nazionale della ceramica. Dall’alto del Miguelete, si intuisce soprattutto come in pochi anni la città si sia «allungata» sino al mare. Un’espansione avvenuta sulla scia del Rio Turia.

Morto il fiume, Valencia è rinata. L’alveo asciutto è stato trasformato in una serpentina verde lunga otto chilometri, un giardino fiorito, solcato da percorsi ciclabili, piste esclusive per i patiti dei rollerblade. Nel letto del Turia, ci si bagna con gli spruzzi delle zampillanti fontane e si entra in confidenza con le vivaci installazioni d’arte a ciclo aperto, che si possono ammirare anche all’Ivam, l’Istituto vaJenzano d’arte moderna (sino al 18 luglio è in scena una mostra sulla Velocità con opere di Mi-quel Barceló, Richard Serra, Cristina Iglesias).

Il vecchio fiume è un immenso parco ricreativo, dove si assiste alla versione europea dei caldissimi derby sudamericani di calcio tra i focosi immigrati peruviani e boliviani, che spesso culminano in zuffe colossali. Prova a sedarle, ma invano, il parroco del vicino Real Monasterio de la Trinidad, il gotico convento di clausura. Chissà come faranno le monache a resistere nell’isolamento delle loro cellette sapendo che appena di là della strada, nelle sale dell’attiguo Museo di belle arti, traboccano di sensualità i dipinti di El Greco, Velàzquez, Ribera, Bosch. E senza poter annusare i profumi dei fiori sbocciati nei vicini Jardines del Real, pieni di piante esotiche come l’altrettanto frequentato Jardin Botanico. Questione di fede. La stessa che attira nella Cattedrale tante ragazze col pancione e fa loro compiere nove giri intorno alla statua in alabastro policromo della Vergine del Coro per propiziarsi un parto sereno, proprio accanto a un crocifisso ligneo del Cristo così umano da sembrare che respiri. Per assistere alle scene di maggiore devozione, però, bisogna sfilare davanti ai dipinti di Goya nella cappella di San Francesco ed entrare in silenzio nella Capilla del Santo Cà-liz. Dove decine di pellegrini, inginocchiati, sussurrano in tutte le lingue del mondo dolci parole di preghiera davanti al Santo Graal, la coppa in agata e oro in cui Gesù Cristo avrebbe bevuto nel corso dell’Ultima Cena.

Siamo nel Barrio del Carmen, il cuore di Valencia. Si sentono le vecchie macchine per cucire Sin-ger picchiettare nelle sartorie, i colpi secchi delle venditrici di ventagli sotto il pergolato in legno circolare che occupa per intero la minuscola pla-za Redonda. E soprattutto si odono le urla dei pescivendoli del pittoresco Mercado Central in ferro e vetro, uno dei più grandi d’Europa, con oltre un migliaio di bancarelle. Tra le pareti coperte di maioliche di questa struttura modernista, che sboccia in una cupola in vetro sormontata da una banderuola animata da figure di pesci e pappagalli, si è travolti da un vortice di odori, colori, suoni. I pesci vivi saltellano nel ghiaccio, le piramidi di olive e arance sembrano sul punto di franare da un momento all’altro, i prosciutti sono sculture pregiate. E lo spettacolo continua all’esterno dove, con gesti lenti e cadenzati, i venditori ambulanti, senza togliersi il sigaro di bocca, lucidano di continuo le abat-jour liberty, i dischi in vinile disposti sui loro carretti di legno. Ai chioschi si frigge la paella dentro gigantesche padelle di alluminio. Tra i clienti fissi, ci sono i fedeli appena usciti dalla messa all’Iglesia de Los Santos Juanes: a queste chiese, come alle donne spagnole, bisogna girare attorno, solo così ne scopri le sorprendenti, sinuose forme. Col rischio, però, di sbattere contro i tavoli dei collezionisti di monete e francobolli. Ogni domenica, i numismatici li prendono in prestito dall’atrio della magnifica Lonja, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. La Borsa della seta in stile gotico fiammeggiante, dal soffitto a volta e le colonne a spirale così morbide che sembrano sciogliersi come candele, è il capolavoro di Valencia. Nel patio della Lonja profumano gli aranci, mentre nella sala superiore dal soffitto in legno spuntano centinaia di figure antropomorfiche che ti gettano addosso sguardi ieratici. Ti senti turbato, eppure non smetti di guardare, come del resto quando in mezzo al Rio Turia, circondato da complessi residenziali a forma di torri cilindriche, parallelepipedi dalle sagome arcuate, compare la Ciudad de las Artes y las Ciencias. Ovvero la città lattea del futuro, un’alchimia di vetro, acciaio e cemento concepita dalla mente fantasiosa di Santiago Calatrava. In questo polo culturale-museale orlato da uno specchio d’acqua bassa, gli edifici si prendono gioco delle forme classiche, offrendosi alle più svariate interpretazioni. Il Palau de les arts Reina Sofia è un gigantesco casco che si accende di viola e arancione. Oltrepassato il ponte «teso» come una corda di violino, incontri l’Hemisfèric, il planetario a forma di occhio umano con ciglia e globo oculare che fa da schermo concavo per la proiezione di pellicole Imax. Al suo fianco, il Museo de las Ciencias ha il dorso maculato di un riccio. Ormai assuefatti, perché non anticipare una passeggiata dell’anno 2050 facendo due passi dentro l’Umbracle, una promenade fiorita coperta da una galleria trasparente? O immergersi nel mondo sottomarino del Parco Oceanografico immaginato, poco oltre la Ciudad di Calatrava, dall’architetto Félix Candela che ha sistemato i pesci tropicali, le razze, i pinguini, le balene beluga, e persine una colonia di fenicotteri dentro astratte strutture sferiche e rettangolari, decisamente avveniristiche.

E questa la Valencia del terzo millennio, che fa da lepre a tutto il resto d’Europa.




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One Response to “Valencia, città da scoprire”

  1. Lisa Says:

    Adoro Valencia, avendoci vissuto per ben 9 mesi nel 2005. La tua descrizione mi ha incantata, davvero complimenti!^^

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