Viaggio in Honduras


Honduras, piramide di Tikal

Ogni foglia, ogni fiore, ogni profumo del Tropici e qui, nel parque nacional di Lancetilla. Lancetilla: potrebbe essere il nome di una preziosa orchidea. E se esiste e qui: milleottocento ettari, il piu grande e ricco giardino delle Americhe. Alia voce palma si va da fuochi d’artificio a timidi radicchi: sessantacinque specie, la collezione completa. E non basta dire heliconia: sono trentacinque «modelli». Milleduecento i bambu. Poi alberi del pane e del cioccolato, macedonie d’esotico, te corretto al limone: se fosse lecito allungare le mani, la passeggiata sui sentieri del parco sarebbe anche una scoperta di sapori. II latino si spreca per battezzare miracoli di forme e di colore, ma le guide danno del tu a frutti ed erbe che da sempre riempiono i piatti del la loro gente. Dal livello del mare su fino a ottocento metri, tremila e cinquecento millimetri d’acqua innaffiano ogni anno questa immensa serra a cielo aperto crea nel 1925 da Wilson Popenoe. Ai margini del parco c’e la tomba della moglie: aveva mangiato un frutto che in certe stagioni e velenoso. Non e chiaro se il grande botanico gliel’avesse spiegato bene. Una sbarra si alza e ci dice che Lancetilla e alle nostre spalle. Ma il trionfo di verde continua: I’Honduras settentrionale e un solo, immenso giardino. Se San Pedro Sula e I’approdo di una notte per i voli dall’Europa, e la sua voglia d’America non merita neppure un giro in taxi, la citta di Tela, a cinque chilometri dal giardino botanico, e la tentazione delle prime trasparenze caraibiche, di spiagge a perdita d’occhio, di musiche e colori. Ma La Ceiba ci attende, e non promette di meno. La strada taglia il verde, costeggiata da allegre catapecchie: azzurre, gialle, rosse. I panni stesi fra una palma e un ananas, una vecchia si dondola sotto lo sgangherato portico sorvegliando i ninos di casa: gli occhi solo una ruga piu profonda sulla faccia color tabacco. Area de descanso, Comedor, Pulperia, Merendero, Golositas, Pupuseria, la traduzione e sempre la stessa: qui si mangia. Ogni cinquanta metri un’insegna, inesorabilmente targata Pepsi o Coca-Cola. I due marchi colonizzanotutto: persino i cartelli segnaletici, la tettoia di un falegname, un’officina. Anche le scuole: Liceo artistico. E di seguito il logo della Pepsi, non il busto di qualche Grande. Dollaro non olet. Domini a cavallo, altri in bicicletta, sfilano lungo il ciglio della strada, il sombrero a farombraeil machete a far macho. E bambini, tanti bambini: sporchi, scalzi, felici di niente. E cam, tanti cani: razzaTerzo Mondo. Gli occhi bassi e il pelo rado di chi e cresciuto a botte e a fame. Quattro casupole fanno un villaggio: su un cartello ammaccato e scritto Eden. E una donna sta allo scherzo: «Una mela? Con questi denti?». Meglio un mango o una banana, che crescono gratis nel suo povero paradiso terrestre.

veduta di Tegucigalpa, capitale dell’Honduras
Tegucigalpa è la capitale, San Pedro Sula la citta degli affari. «Tegucigalpa pensa, San Pedro lavora, La Ceiba si diverte», dicono in Honduras. Ma qui, come il paradiso, anche I’inferno e povero, e le favolose notti della Ceiba sono un lungomare di biliardi al neon - lo sport nazionale, anche se tutti ti chiedono della Juventus -, di polio e birra a cinque dollari, e di ragazzotte a pochi spiccioli in piu. II quartiere si chiama Zona viva, e forse lo diventa davvero nei giorni di maggio, quando il Carnaval nefa un palcoscenico di musiche e balli per200milapersoneche arrivano da tutto il Paese e dal vicino Guatemala. Ma la vita di ogni giorno e al mercato, al mattino, nelle strade del centre. Li gli honduregni si divertono sul serio. Comprare, vendere, barattare: una scusa per spettegolare, corteggiarsi, magari litigare con gusto. II traffico sono millecinquecento taxi, in una citta grande come Prato. Uno in coda all’altro, un corteo ininterrotto, avanti e indietro. Inesorabilmente vuoti e tutti strombettanti. Per far sapere che sono vuoti. Tutti. Fate un’opera buona: salite. Anche trecento metri: molti cercano solo un po’ di compagnia. Albergo d’atmosfera, a La Ceiba, vuoi dire senza bagno, ma c’è anche un cinque stelle elegante e pomposo affacciato sul mare, il Quinta Real: costa come una «senza bagno» in Italia. E c’è un Hotel Italia: non spiccicano una parola della nostra lingua perché il vecchio proprietario l’ha venduto da tempo, ma è rimasta la nostalgica e un po’ patetica insegna: la scritta Italia sopra un grande sole. Perché è vero che siamo ai Tropici, ma non è ‘o sole mio. Mercato, pollo, altri petti e cosce non valgono un soggiorno: un pomeriggio basta per la terza città dell’Honduras, per perdersi fra bancarelle che raccontano la povera vita d’ogni giorno e sorrisi che tradiscono tesori più segreti. Roma: lì comincia l’avventura. Perché nel piccolo centro dal nome familiare e pretenzioso a 20 chilometri da La Ceiba, fra spiagge deserte e furori di verde, c’è l’avamposto giusto per conoscere questa regione dove la natura è incontrastata padrona e dove la scoperta diventa gioco. L’Hotel Palma Real affaccia i suoi balconi, i pratini all’inglese e le piscine sulla spiaggia bianca: palme per ombrelloni, il ristorante una capanna di paglia grande come una convention, sciami di camerierine tutte uguali, chignon e grembiulino da scolarette, a lustrare senza tregua. E all’orizzonte, sul mare, l’azzurro profilo della prima avventura: Cayo Cochinos, un arcipelago dimenticato dal tempo. Diciotto isole, una sola abitata, da trecento Garifuna, i neri del Nord, che vivono di pesca e di giorni che passano. Onda su onda, un’ora e mezzo di traversata. La potente lancia a motore porta sei o sette persone: qualche Venerdì di troppo. Ma su certi isolotti di tre palme per trenta metri basta un angolo giusto per sentirsi Robinson e ripensare tutto. Nel villaggio dei Garifuna si può anche mangiare. Menu del giorno: pesce e riso. Di ogni giorno. Il mare è così trasparente che si potrebbe ordinare da riva: quello, no quello più a destra. Ma non c’è ristorante: solo una baracca che ha qualche forchetta in più dei vicini. E non c’è luce, né acqua: astenersi schizzinosi. Maschera e pinne di rigore: se c’è poca vita sulle isole, sotto è un traffico convulso e variopinto. A far da sfondo una barriera corallina che è la seconda al mondo per estensione, dopo quella australiana. Poco lontano un altro mare. Immobile. È la grande Laguna del Cacao. Il sole filtra appena, il vento si spegne nella folta cortina di mangrovie, l’acqua è un pavimento scuro increspato solo da qualche pesce che si tuffa fuor d’acqua a caccia di mosquitos. Il plof della pagaia, il resto è silenzio. La canoa scivola lungo i canali. Fra le radici a fior d’acqua qualcuna sembra muoversi: forse è solo un riflesso, forse un caimano. Un brivido corre sotto l’Autan. Le scimmie dal muso bianco fanno il trapezio fra i rami più alti. E quando un piccolo aereo attraversa il cielo il silenzio si rompe: il borbottio cresce, da un albero all’altro, da un isolotto all’altro, diventa un tuono sordo che sovrasta il rumore del motore, la foresta insorge compatta, l’estraneo si allontana. Il cielo torna agli aironi e ai pellicani. Una striscia di sabbia accecante separa la Laguna dal mare: un guado al contrario per i solitari pescatori che l’attraversano trascinando le loro barche sottili, nient’altro che tronchi d’albero scavati e modellati, un solo remo per rodeare sull’oceano e un’esperienza che è storia antica. Di fronte il mare, alle spalle la montagna più alta dell’Honduras: il Pico Sonito. C’è posto anche per le conifere in questa parte di giardino senza fine che è il Paese centroamericano. E prima d’arrivare ai 2500 metri della vetta si conoscono selve di latifoglie e foreste tropicali di montagna, con una ventina di fiumi che scendono a cascata verso il mare. Miglior punto di partenza per le escursioni, il lodge Pico Sonito. E anche miglior punto di sosta. Karen Blixen avrebbe potuto scriverci II mio Honduras. Tutto è legno: le casette nella foresta, le passerelle che le col legano, le grandi terrazze, il ristorante affacciato sulla giungla. Tutto è charme e raffinatezza. A due passi dal lodge una voliera con oltre quaranta specie di farfalle. Poco più in là un rettilario: per non dimenticare che la giungla è anche scarponi alti e occhi aperti. Per chi invece si sente più Tarzan che Blixen c’è il canopy. la giungla volando da un albero all’altro. Niente liane, ma cavi d’acciaio tesi a quindici, venti metri d’altezza. Imbragati con moschettoni da ferrata, appesi a una carrucola e via nel vuoto sopra la foresta per una corsa di un centinaio di metri ogni salto. Guanti spessi per stringere il cavo e fermarsi senza sbattere all’arrivo, la voglia di scendere al primo volo, la voglia poi di non smettere più. Diciotto tappe il canopy del Pico Sonito: due chilometri di giungla. E all’arrivo l’ammollo in una pozza d’acqua sulfurea per riguardare la foresta da sotto in su. Con una nostalgia di cielo che il volo per San Pedro Sula, direzione Copàn, sulle tracce dei maya, non saprà cancellare. Dall’aereo si riconosce la Laguna del Cacao e la foresta di mangrovie. Tante scuse alle scimmie dal muso bianco.




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